Mentre l’Europa è assorbita dalla guerra in Ucraina e dagli shock energetici, e Washington dal nuovo piano di pace a trazione americana, in un’altra parte del mondo sta succedendo qualcosa di meno spettacolare ma potenzialmente decisivo: il blocco dei BRICS sta cambiando pelle.
Dal 1° gennaio 2025, la famiglia BRICS non è più solo il club di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Dopo l’ingresso, nel 2024, di Egitto, Etiopia, Iran e Emirati Arabi Uniti, quest’anno si è aggiunta l’Indonesia come membro a pieno titolo, il quarto Paese più popoloso del pianeta.
Attorno al nucleo dei membri, si è poi formato un anello di “partner countries”: tra queste Nigeria, Cuba, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e, da giugno, anche il Vietnam.
Se si sommano membri e partner, questo spazio politico-economico rappresenta oggi oltre metà della popolazione mondiale e circa il 40–46% del PIL globale a parità di potere d’acquisto.
Non è più una sigla per economisti. È un pezzo di mondo che rivendica un ruolo diverso nell’ordine internazionale.
Dal “club dei Paesi emergenti” al laboratorio del multipolarismo
Quando la sigla BRIC nasce nei primi anni 2000, è un’etichetta inventata in una banca d’investimento per raccontare il potenziale di quattro economie emergenti. Oggi il quadro è rovesciato:
- i BRICS sono un forum politico che vuole contare su clima, commercio, energia, finanza;
- le nuove adesioni arrivano soprattutto da Paesi del Sud globale che vedono nel blocco un modo per ridurre la dipendenza da dollaro, FMI e regole scritte altrove;
- il linguaggio ufficiale parla esplicitamente di “riforma del sistema multilaterale” e di “ordine mondiale più rappresentativo”, non solo di crescita del PIL.
L’ingresso dell’Indonesia è emblematico: Jakarta rivendica un ruolo di ponte tra ASEAN e Sud globale e vede nei BRICS una piattaforma per rafforzare le proprie catene del valore senza scegliere un campo rigido tra Cina e Stati Uniti.
Simile il discorso per la Nigeria, il Paese più popoloso d’Africa, ammesso come partner all’inizio del 2025: Abuja punta a più margini di manovra su energia, infrastrutture e finanza, uscendo da una posizione di cronica subordinazione rispetto alle istituzioni guidate dall’Occidente.
Il messaggio che arriva da queste capitali è chiaro:
“Non vogliamo rompere con il sistema globale, ma partecipare da protagonisti, non più da comparse.”.
Più che economia: la partita del potere monetario
Al centro del progetto BRICS c’è una questione di moneta e potere.
Molti Paesi membri o partner hanno vissuto direttamente le conseguenze di:
- sanzioni finanziarie unilaterali,
- oscillazioni violente del dollaro,
- condizioni durissime imposte da FMI e Banca Mondiale in cambio di salvataggi.
Da qui l’idea di costruire, passo dopo passo, una “multipolarità monetaria”:
- aumentare l’uso delle valute locali negli scambi,
- sviluppare sistemi di pagamenti alternativi a SWIFT,
- rafforzare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) come fonte di finanziamento meno condizionato.
Non siamo ancora alla “super-valuta BRICS” che alcuni evocano, ma il messaggio politico è forte: ridurre l’egemonia del dollaro non è più un sogno di qualche governo anti-americano, è la linea esplicita di un blocco che rappresenta una quota enorme di popolazione, materie prime e crescita futura.
Chi guarda da Washington, Bruxelles o Tokyo non può permettersi di archiviarla come retorica.
Un gigante con molte crepe interne
Detto questo, sarebbe ingenuo raccontare i BRICS come un blocco compatto che marcia unito verso il nuovo ordine multipolare.
Dietro la vetrina ci sono linee di frattura profonde:
- rivalità storiche (India vs Cina, Iran vs Emirati, Egitto vs Etiopia sulla diga del Nilo);
- sistemi politici diversissimi: dalle democrazie elettorali alle autocrazie personalistiche;
- interessi economici spesso concorrenti, per esempio sull’export di petrolio o grano.
Gli stessi osservatori non ostili ai BRICS ricordano che oltre 20 Paesi hanno chiesto di entrare, ma il processo di allargamento procede per strappi, veti incrociati, rallentamenti.
Il rischio è che il blocco diventi un cartello eterogeneo, capace di lanciare messaggi simbolici ma meno di agire in modo coordinato. Una sorta di G77 2.0, più visibile ma ancora fragile sul piano operativo.
Ed è proprio su queste crepe che l’Occidente gioca la sua partita: mantenere canali bilaterali con i singoli Stati, offrire intese commerciali mirate, evitare che la convergenza politica si trasformi in alleanza strategica rigida.
Perché tutto questo riguarda anche noi (più di quanto sembri)
Da lontano, sembra una faccenda da analisti: mappe, acronimi, vertici. Ma l’evoluzione dei BRICS ha effetti molto concreti anche sulle economie europee e sulla vita quotidiana:
- se una quota crescente di commercio petrolifero e di materie prime si sposta verso valute alternative al dollaro, questo può cambiare equilibri su prezzi, tassi di interesse, flussi di capitali;
- se la Nuova Banca di Sviluppo diventa davvero una alternativa praticabile per le infrastrutture nel Sud globale, le imprese europee potrebbero trovarsi a competere con progetti finanziati e costruiti in sinergia tra membri BRICS;
- se i Paesi emergenti sentono di avere finalmente una “casa” politica, sarà più difficile per l’Europa presentarsi come “partner naturale” senza affrontare davvero il tema delle disuguaglianze create dal vecchio ordine.
C’è un altro punto, più sottile:
la retorica del “Sud globale che si ribella all’Occidente” funziona perché intercetta un sentimento reale di ingiustizia. Molti Stati vedono nelle regole attuali del commercio, del debito e del clima un gioco truccato a favore dei Paesi ricchi.
Se l’Occidente si limita a bollare i BRICS come “fronte anti-democratico”, rischia di non capire perché tanta parte del mondo li consideri, oggi, l’unico tavolo dove sedersi da pari a pari.
Il bivio: muro contro muro, o riforma condivisa?
Guardando a questo scenario con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è se i BRICS siano “buoni” o “cattivi”, ma che cosa faccia il resto del mondo davanti a questo riequilibrio di potere.
Le opzioni, semplificando, sono tre:
- Scontro aperto
Trattare i BRICS come un blocco ostile, alzare barriere, rafforzare solo alleanze interne (G7, NATO, trattati commerciali chiusi).
È la via più facile da raccontare, ma anche quella che rischia di irrigidire il mondo in due sfere di influenza permanenti. - Indifferenza apparente
Fingere che sia tutto storytelling, che la vera partita resti nelle vecchie istituzioni.
È la strategia del rinvio: si evita il conflitto ma non si correggono le disuguaglianze che hanno reso attraente il progetto BRICS. - Riforma condivisa
Prendere sul serio le critiche emerse dal Sud globale e proporre una vera riforma del sistema multilaterale, con più rappresentanza nei board di FMI e Banca Mondiale, più trasparenza sui debiti, una governance climatica che non scarichi i costi solo su chi è già vulnerabile.
È la scelta più difficile, perché richiede all’Occidente di cedere una parte del proprio privilegio strutturale. Ma è anche l’unica che può evitare che il campo si divida in blocchi rigidi, con una nuova Guerra Fredda economica che nessuno, in realtà, può permettersi.
Geopolitica come specchio: cosa raccontano davvero i BRICS
L’allargamento dei BRICS nel 2025 non è solo una notizia di geopolitica: è uno specchio.
Ci ricorda che:
- la globalizzazione non è finita, ma si sta riorganizzando;
- il Sud globale non vuole più limitarsi a “ricevere aiuti”, ma detta l’agenda, costruisce banche, propone valute, detta condizioni;
- l’idea di un mondo guidato per sempre da poche capitali del Nord è, semplicemente, finita nei fatti, ancora prima che nei discorsi.
Per chi vive in Europa, significa una cosa molto semplice:
il futuro non sarà deciso solo tra Washington, Bruxelles e Pechino.
Ci saranno anche Giacarta, Abuja, Hanoi, Il Cairo, Addis Abeba.
Che ci piaccia o no, siedono già al tavolo.
La scelta, per noi, è se continuare a leggere i BRICS come una nota a piè pagina del G7 o se accettare che la storia stia cambiando paragrafo – e provare finalmente a scriverlo insieme.
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